Abitare
Eco 004.1: Casa occupata di Julio Cortázar
Geografie dell’esistenza
Abitare uno spazio è una delle modalità fondamentali dell’essere. Abitare è il modo in cui i mortali sono sulla terra, dice Heidegger, non un semplice stare in un luogo, ma un modo di stare nel mondo, una forma di relazione originaria tra soggetto e spazio.
La letteratura, in quanto dispositivo di costruzione finzionale del reale, non può che riflettere e radicalizzare questa dimensione. Gli spazi letterari non sono mai innocenti, strutturano il tempo, definiscono i rapporti tra i corpi, determinano le possibilità del desiderio e dell’azione. Come ha mostrato Henri Lefebvre, lo spazio è sempre prodotto, attraversato da pratiche e relazioni, e non può essere pensato come un dato neutro. In ambito letterario, questa produzione si traduce in una costruzione simbolica e percettiva che incide direttamente sulla configurazione dei personaggi e delle loro traiettorie esistenziali.
Ne La poetica dello spazio, Bachelard propone una vera e propria fenomenologia dell’intimità, mostrando come gli spazi dell’abitare, e più in generale gli spazi immaginati, non siano semplicemente luoghi, ma condensazioni di esperienza, di memoria, di sogno. Lo spazio, lungi dall’essere una dimensione geometrica, è una dimensione vissuta, carica di risonanze affettive e simboliche. Lo spazio vissuto trascende lo spazio geometrico, scrive Bachelard. Lo spazio è costruito attraverso l’esperienza, ma anche attraverso l’immaginazione, e proprio in questa intersezione si definisce la sua forza.
La casa
La casa, sempre per Bachelard, è il luogo originario dell’intimità, il primo universo dell’essere umano, ciò che protegge il sognatore e gli consente di organizzare il proprio rapporto con il mondo. Tuttavia, proprio perché è così profondamente radicata nell’esperienza e nell’immaginario, la casa può anche trasformarsi nel suo contrario. La casa è organismo, agente attivo che abita e che necessita di essere abitato, luogo che può quindi accogliere o anche estromettere perché si adatta, si allarga, si restringe, respira. Per lo scrittore e architetto Iñaki Ábalos la casa non è un contenitore innocente, ma il riflesso dei nostri conflitti, il luogo dell’intimità tanto quanto dell’inospitalità, uno spazio di alienazione che nasconde uno sradicamento, un’incapacità di realizzare pienamente l’essere.
È in questa ambivalenza che la casa diventa, in letteratura, uno dei luoghi più fertili per interrogare la crisi dell’abitare, il rapporto tra individuo e spazio, tra memoria e presente.
I fratelli del racconto Casa occupata di Julio Cortázar abitano nell’antica proprietà di famiglia, una casa che è deposito di una genealogia, archivio di una continuità familiare che loro si limitano a conservare.
Ci piaceva la casa perché oltre ad essere spaziosa e antica (ora che le case antiche soccombono alla più vantaggiosa liquidazione dei loro materiali) conservava i ricordi dei nostri bisavoli, del nonno paterno, dei nostri genitori e di tutta la nostra infanzia.
Ci abituammo, Irene ed io, a persistervi da soli, cosa che era una follia perché in quella casa potevano vivere otto persone senza darsi fastidio.(Casa occupata in Bestiario, Julio Cortázar, Einaudi)
I personaggi non abitano, ma custodiscono, funzione passiva di conservazione che si esaurisce nel gesto ripetuto, nella routine domestica: puliscono, ordinano, spolverano, mantengono, e non fanno altro, azioni che servono a impedire la dissoluzione completa del passato e producono un effetto di immobilizzazione che distrugge ogni apertura verso il futuro.
Facevamo le pulizie il mattino, alzandoci alle sette, e intorno alle undici lasciavo a Irene le ultime camere da spolverare per andare in cucina. Pranzavamo a mezzogiorno, sempre puntuali; non restava molto da sbrigare, tranne pochi piatti sporchi. Era piacevole pranzare pensando alla casa profonda e silenziosa e a come bastassimo noi soli per mantenerla pulita. A volte arrivammo a credere che fosse lei a impedire che ci sposassimo.
(Casa occupata in Bestiario, Julio Cortázar, Einaudi)
Hanno entrambi rinunciato al matrimonio, alla formazione di una famiglia, alla maternità
Irene rifiutò due pretendenti senza seri motivi, e a me mori Maria Esther prima che decidessimo di fidanzarci ufficialmente. Ci affacciammo alla quarantina con l’inespressa convinzione che il nostro semplice e silenzioso matrimonio di fratelli fosse la necessaria conclusione della genealogia fondata dai bisavoli nella nostra casa. Un giorno saremmo morti là, cugini improbabili e schivi avrebbero ereditato la casa e l’avrebbero rasa al suolo per arricchirsi con il terreno e i mattoni; o meglio, noi stessi l’avremmo abbattuta come giustizieri prima che fosse troppo tardi.
(Casa occupata in Bestiario, Julio Cortázar, Einaudi)
Questa perdita di funzione segnala una trasformazione più profonda: la casa smette di essere abitata nel senso pieno del termine. Come ricorda Martin Heidegger, non abitiamo perché abbiamo costruito, ma costruiamo e abbiamo costruito in quanto abitiamo; l’abitare è una modalità fondamentale dell’essere, non un semplice fatto pratico. Nel racconto di Cortázar, questo rapporto si rovescia, i personaggi non costruiscono il loro abitare, ma si limitano a mantenere uno spazio che li precede e li eccede, per loro la casa si configura come uno spazio senza funzione reale, come uno spazio in cui le funzioni originarie sopravvivono svuotate, ridotte a simulacri. Non abitano, persistono.
Rigetto
In Casa occupata gli spazi comunicano, ma non generano relazione. I due fratelli vivono in una prossimità estrema, ma senza rapporto, condividono lo spazio, ma non lo trasformano in luogo di incontro. L’intimità stessa viene neutralizzata, sospesa in una forma ambigua che impedisce tanto la separazione quanto il contatto.
E così arriva il primo rumore ascoltato dal fratello, di notte, dietro la porta di rovere, e poi un altro, e poi un altro ancora (ho dovuto chiudere la porta del corridoio, hanno occupato la parte in fondo, dice il fratello, allora dovremo vivere da questo lato, risponde la sorella), la casa inizia un processo di riappropriazione di spazio per liberarsi di ciò che non può più sostenere. Lo spazio, non più sostenuto da una vita autentica, si ribella alla sua stessa condizione di contenitore di un’esistenza esaurita. In questo senso, l’occupazione della casa può essere letta come un processo di riappropriazione: la casa espelle ciò che non è più in grado di abitare.
Elena e il fratello accettano senza remore o stupore di essere prima isolati e poi espropriati perché per loro quella casa non è luogo vitale, ma un involucro obbediente alla memoria e che trattiene un’esistenza già esaurita. Non c’è resistenza perché non c’è perdita, l’espulsione non è una catastrofe, è una liberazione. Non vi è paura, perché non vi è vera perdita.
- Hanno occupato questa parte, - disse Irene. Il lavoro a maglia le pendeva dalle mani e i fili arrivavano fino alla porta e vi si perdevano sotto. Quando vide che i gomitoli erano rimasti
dall’altro lato lasciò cadere il lavoro senza guardarlo.
- Hai avuto tempo di portare via qualcosa? - le domandai inutilmente.
- No, niente.
Restavamo con quel che avevamo indosso. Mi ricordai dei quindicimila pesos nell’armadio della mia camera da letto.
Troppo tardi ormai.(Casa occupata in Bestiario, Julio Cortázar, Einaudi)
Lo spazio non è mai neutro, ma agisce, produce effetti, orienta le possibilità del vivere. Quando questa azione si trasforma in costrizione, quando lo spazio smette di offrire possibilità e diventa pura conservazione del passato, allora l’abitare stesso entra in crisi.
La casa del racconto di Julio Cortázar impone le proprie leggi, uno spazio che non è più in grado di sostenere la vita, e proprio per questo deve espellere chi la abita.
L’eco non coincide con il suono originario, ma con ciò che di quel suono continua a risuonare. È una voce che si stacca dal suo punto di emissione, attraversa lo spazio e il tempo, si modifica, si assottiglia o si amplifica, e resiste. Ascoltare un’eco significa misurare la distanza tra ciò che è stato detto e ciò che ancora risuona. Eco è una rubrica che si occupa di testi che hanno già attraversato il tempo: libri che non sono più nuovi, che hanno già incontrato lettori, interpretazioni, fraintendimenti, silenzi. Non osserva l’impronta fresca di un passaggio, ma il modo in cui quel passaggio ha inciso il terreno, quali risonanze ha prodotto e continua a produrre. Eco approfondisce opere che hanno lasciato un segno, o che chiedono ancora di essere ascoltate, per capire che cosa resta, e soprattutto come resta, di un libro dopo che la sua matrice iniziale si è allontanata.
Il valore di un’opera non si esaurisce nella sua ricezione immediata, ma si dispiega in una storia postuma, fatta di ritorni, riattivazioni, slittamenti di senso. La critica non coincide con il commento, non si limita a spiegare o a chiarire: entra in risonanza con il testo, ne segue le pieghe, ne interroga le zone opache, accetta di non possederlo. È un esercizio che non si consuma, perché il suo oggetto non si lascia mai del tutto afferrare. In questa prospettiva, il testo non è un monumento immobile, ma un campo di forze. Ogni lettura lo rimette in movimento, lo espone a nuove tensioni, ne fa emergere differenze interne. La critica non chiude il libro, lo riapre; non lo stabilizza, lo rimette in circolo. È un gesto che si colloca nello scarto tra ciò che il testo dice e ciò che ancora non ha smesso di dire. Eco nasce da questa necessità: interrogare le opere non per ciò che sono state, ma per ciò che continuano a fare. Ascoltare le loro risonanze nel presente, misurare la distanza che ci separa da esse, e capire in che modo, proprio attraverso quella distanza, possano ancora parlarci.




Che bel pezzo interessante.
Julio<3