Eredità e spirali
Lineamenti 010.1: Vitaliano Trevisan
Uccidere il padre
La vivisezione di una mente franta è la spirale ossessiva – e quindi, forse per definizione, ordinata – di un monologo che non inizia né finisce ma, reiterandosi, cerca, a partire da pochi nuclei declinati nell’infinità delle loro sfumature, di raggiungere la verità che l’Italia dei consumi ha sepolto.
Bernhard. Thomas anche lui come il protagonista di Un mondo meraviglioso.
In molti articoli di critica si leggono frasi che suonano così: La prima parte della produzione di Trevisan deve tutto alla prosa di Bernhard. Sottintendono, frasi del genere, due concetti: che Trevisan si sia in seguito emancipato dal suo maestro e che, in fondo, la Trilogia di Thomas (raccolta in volume per Einaudi, con postfazione di Emanuele Trevi), sia un testo giovanile, acerbo. Niente di più sbagliato.
Come giudicare, allora, il fatto che – in modo totale – Trevisan si sovrapponga alla prosa di Bernhard? Non è omaggio, né prima fase in attesa di ottenere autonomia timbrica. È un’operazione che mette in crisi il concetto di autorialità e che riflette sulla natura dell’opera artistica nella sua dicotomia tra forma e contenuto. Partiamo dal confronto.
Così Trevisan:
Vediamo solo ciò che vogliamo vedere, pensavo, la verità è questa, quello che non vogliamo vedere non lo vediamo, c’è, esiste, ma non lo vediamo perché vederlo ci metterebbe in pericolo, e la vista di un essere simile rappresenterebbe un pericolo mortale per il nostro equilibrio, dunque ci rifiutiamo di vederlo.
Un mondo meraviglioso (V. Trevisan, Trilogia di Thomas, Einaudi, 2024)
Oppure:
Tutto, pensavo, scrive Thomas, tutto tutto, senza tralasciare nulla, tutto devo scrivere e lo scriverò come se fosse uno standard. Ma il tema non lo suonerò all’inizio, pensavo, comincerò direttamente dall’assolo, farò un lunghissimo assolo, che nasconderà il tema fino alla fine. Il tema dev’essere alla fine, solo alla fine, scrive Thomas, perché non può che essere alla fine, e prima del tema, dopo l’assolo, ci sarà una coda, quanto lunga non so, ma una coda e poi il tema e dopo il tema un finale.
Un mondo meraviglioso (V. Trevisan, Trilogia di Thomas, Einaudi, 2024)
Bernhard vive in questa prosa, lo si vede nitidamente. Ma non c’è davvero. Malgrado la sovrapposizione, qui Bernhard non c’è.
Esistere, in sostanza, non significa nient’altro che questo: essere disperati, così lui. Mi alzo, penso con ribrezzo a me stesso e tutto ciò che mi aspetta mi fa orrore. Mi sdraio sul letto, non desidero nient’altro che morire, non svegliarmi più, poi invece mi risveglio e l’orrendo processo si ripete, seguita a ripetersi per cinquant’anni, così lui. Pensare che per cinquant’anni non abbiamo nessun altro desiderio se non quello di essere morti, eppure seguitiamo a vivere e non possiamo farci niente perché siamo incoerenti da cima a fondo, così lui.
Il soccombente (T. Bernhard, Adelphi, 1985, trad. Renata Colorni)
Il mondo (non) è meraviglioso
Un mondo meraviglioso è strutturato come un lungo monologo spiraliforme, basato su refrain, iterazioni, incisi di verbi dichiarativi, che, insieme, cercano di esaurire la materia incandescente di una mente traviata dalla malattia (psicosi maniaco-depressiva bipolare, scopriremo alla fine), quella di Thomas. Thomas va a visitare il padre – poliziotto in pensione – morente in ospedale, per poi muoversi – e pensare – per le strade di Vicenza, tra ossessioni, ricordi, invettive contro un paese svuotato di morale, abietto e mediocre, ma soprattutto ossessioni, incarnate nel linguaggio, il quale linguaggio è esso stesso ossessione (identità forma-contenuto, sì).
Frattanto, Thomas incontra personaggi surreali, da cui si convincerà di essere seguito, e che compariranno, sul finale, in un incubo che avrà luogo nell’arco delle venticinque ore di sonno – concesse dall’interazione ansiolitici-alcol – prima del finale con musica e decisione di scrivere (tra Fellini e Proust).
Come in Bernhard, iterazioni, iperboli, e anche un certo grado di autocompiacimento – che però si inscrive nella forma, e viene giustificato. Si è spesso parlato di grottesco, in riferimento a Bernhard, per via dell’esasperazione della lagnanza; inscritta com’è, la lagnanza reiterata, in un sistema che si fonda sulle iterazioni, non salta all’occhio, perché iterata quanto ogni altro concetto espresso.
La forma ossessiva con cui viene ripetuto lo schifo che scaturisce dagli occhi sul mondo fa soltanto male, e farebbe male anche indipendentemente dai fatti biografici degli autori.
Thomas parla della mobilità, la disoccupazione in cui versa e per cui percepisce un’indennità, come di un mondo altro, perché è stato escluso dal mondo delle persone accettate, che in settimana lavorano aspettando il weekend.
Thomas è uno scrittore, ma è uno scrittore frustrato in un mondo che non sembra avere intenzione di premiarlo per il suo talento. È un personaggio bernhardiano: incompreso; rancoroso; fragile; geniale.
È un mondo, quello di Thomas, da cui sembra essere stata estirpata ogni forma di felicità. Tutti sono abietti, ogni cosa è abietta, tutto il mondo cade a pezzi (“il mio, s’intende”).
Ma la forza di Trevisan è questa: porta una visione di pessimismo cosmico e la trasmette come un virus (che può avere la forma della consapevolezza) calando il lettore all’interno di una spirale – formale – da cui non si esce, dove la marcatura del ritmo data dai dichiarativi – che prende da Bernhard – e la ripetizione, con variazioni microscopiche, quantistiche, dei concetti, ipnotizza.
L’ossatura bernhardiana è immediatamente riconoscibile, il testo può in un certo senso dirsi parassitario, ma solo se lo si vuole intellettualizzare e categorizzare, perché la sconcertante sincerità del dolore di Thomas trascende ogni tipo di gioco da salotto, è vera letteratura in quanto non esaurisce sé stessa nella forma, men che meno nel contenuto, è vera letteratura perché, lacanianamente, come tutta la buona letteratura, lascia sempre un residuo non simbolizzabile, che sfugge, e che è quella sincerità così forte nel desiderio di raggiungere la verità che dalla verità si fa lambire.
Questo resto, questo scarto, rende impossibile dire tutto e ci fa partecipi di uno sguardo. Perciò, che Trevisan abbia un debito con Bernhard è fuori di dubbio e anche irrilevante, perché questa sincerità, una volta che si arriva alla fine, rende la forma (che è, resta, almeno in un certo senso, la forma di Bernhard) l’unica con la quale Thomas potesse dire di sé, rendendola, dunque, la sua propria voce. L’identità assoluta tra forma (voce) e contenuto fa sì che la prosa di Trevisan sia tanto assolutamente originale quanto assolutamente derivativa.
E, quando una voce è autentica, è inimitabile.
La rubrica Lineamenti disegna dei contorni, dei tratti distintivi e caratteristici di scrittori e scrittrici. Storie nascoste, elaborati critici, tentativi di analisi e approfondimento che provano a tratteggiare una parte di percorso, un atteggiamento di una fisionomia, una ruga di un volto.





Manca Trevisan. Bello leggere di lui qui.
Bellissimo articolo, grazie. Trevisan ci manca tanto.