Forma colonizzata
Radice 007: La scopa del sistema di David Foster Wallace
Entrare e uscire, uscire ed entrare
Molte ragazze davvero belle hanno dei piedi davvero brutti, e Mindy Metalman non fa eccezione, pensa Lenore, all’improvviso.
(La scopa del sistema, D. F. Wallace, Einaudi, 2014)
L’entrata in scena di David Foster Wallace nel luogo del romanzo (La scopa del sistema esce nel 1987) è con una frase strutturalmente modernista (a pensare un giudizio non è il narratore o l’autore, ma il personaggio). Ossimoro. È come se dimostrasse di conoscere le regole di fronte al maestro (forse in questo caso di fronte a Pynchon, DeLillo, Barth, Gaddis) così da poterle poi rimescolare, ribaltare, distruggere, oltrepassare.
Il periodo non dice la verità ottocentesca e stabile sui piedi di Mindy, dice la verità di Lenore e mostra il modo in cui lei organizza mentalmente il mondo. E Wallace allora continua sulla scia modernista, si muove dentro quella struttura, e subito dopo scivola verso una descrizione come se l’oggetto venisse osservato attraverso la lente visiva di Lenore:
Sono piatti e lunghi, con le dita strombate e i mignoli afflitti da bottoni di una callosità giallognola che riappare a mo’ di battiscopa lungo i calcagni, e sul dosso dei piedi sbucano peluzzi neri arricciati, e lo smalto rosso è screpolato e si scrosta a boccoli per quant’è vecchio, mostrando qua e là striature bianchicce. Lenore se ne accorge solo perché Mindy si è chinata in avanti sulla sedia accanto al minifrigo per staccare dalle unghie dei piedi appunto un paio di fiocchi di smalto; i lembi dell’accappatoio si dischiudono su un generoso scorcio di scollatura, decisamente piú sostanziosa di quella di Lenore, e lo spesso asciugamano bianco che cinge la chioma zuppa e shampizzata di Mindy si è allentato e una ciocca di capelli scuri è sgusciata tra le pieghe e scende leggiadra incorniciandole la guancia fin sul mento.
(La scopa del sistema, D. F. Wallace, Einaudi, 2014)
Strombate, mignoli afflitti da bottoni di callosità, peluzzi neri arricciati, i lembi dell’accappatoio si dischiudono, il lessico è già contaminato dalla sensibilità percettiva di Lenore. Il narratore entra dentro il personaggio, modernismo puro. Il mondo in questo caso viene filtrato attraverso un’intelligenza adolescenziale estremamente osservativa, vagamente disgustata, ironica, iperconsapevole del corpo femminile. Il lettore non lo sa ancora che Lenore ha solo quindici anni, che è un genio e sta già capendo in quale college andare l’anno successivo, il narratore non spiega il personaggio, è il personaggio, e costruisce una descrizione apparentemente realistica che in realtà è già intrisa di soggettività.
E tuttavia, proprio mentre il testo sembra aderire completamente alla coscienza di Lenore, la prospettiva si ribalta improvvisamente:
Nella stanza c’è odore di shampoo Flex, ma anche di canne, poiché Clarice e Sue Shaw si stanno facendo uno spino bello grosso che Lenore ha ricevuto in dono da Ed Creamer alla Shaker School e ha portato qui al college insieme ad altra roba per Clarice. Il fatto è che Lenore Beadsman, che ha quindici anni, è appena arrivata da casa dei suoi a Shaker Heights, Ohio, a due passi da Cleveland, per far visita alla sorella maggiore, Clarice Beadsman, che è matricola qui al college femminile Mount Holyoke.
(La scopa del sistema, D. F. Wallace, Einaudi, 2014)
Ecco la presenza del narratore che organizza e contestualizza informazioni, l’allontanamento dalla percezione e l’avvicinamento all’esplicazione. L’elastico inizia a essere tirato. Ecco mostrata la posizione wallaciana: l’idea che la narrazione non possa più occupare una posizione nettamente interna o esterna e neutrale rispetto alla coscienza, ma debba continuamente attraversarla, incrinarsi dentro, lasciarsi alterare dal modo in cui i personaggi percepiscono, classificano e verbalizzano il mondo per poi tornare di nuovo al di fuori e osservare anche il mondo dentro cui si muove tale coscienza.
Anche quando il narratore si allontana, non torna mai davvero neutrale:
ha portato qui al college insieme ad altra roba per Clarice.
[...]
Clarice Beadsman, che è matricola qui al college femminile Mount Holyoke.
(La scopa del sistema, D. F. Wallace, Einaudi, 2014)
Il qui implica una posizione spaziale interna alla scena, un avverbio deittico che produce prossimità e che pone il narratore nello stesso spazio dei personaggi. Non è il narratore onnisciente manzoniano, ma non coincide nemmeno completamente con Lenore, perché Lenore non direbbe qui al college femminile Mount Holyoke a sé stessa in modo così esplicativo e contestualizzato. Ecco già l’edificazione in poche righe di una voce narrativa ibrida, sospesa tra interno ed esterno. Il narratore è una coscienza linguistica mobile che attraversa continuamente diversi livelli di distanza. Il fatto che il narratore dica qui non significa che il narratore sia dentro la scena, significa che assume quella posizione, performa prossimità.
Tutto l’incipit lavora su questa oscillazione continua. Anche frasi come:
Perciò è venuta in visita. Siamo in marzo, ed è venerdì sera.
(La scopa del sistema, D. F. Wallace, Einaudi, 2014)
mostrano una colloquialità, un abbassamento di registro che spezzano il ritmo descrittivo e introducono una specie di voce narrativa parlata. È una tecnica molto diversa dalla compostezza modernista classica: In Joyce o Woolf l’indiretto libero tende verso la fluidità della coscienza, in Wallace tende invece verso la contaminazione dei registri, verso l’instabilità tonale. Wallace eredita il modernismo ma lo ricostruisce dentro un ambiente linguistico già saturato di televisione, oralità, cultura pop, ironia e sovraccarico informativo. La sua prosa non può più essere elegantemente continua come quella modernista perché rappresenta menti già colonizzate da discorsi multipli.
Spazio instabile
A questo punto l’accappatoio di Mindy è quasi completamente aperto e rivela uno scenario che Lenore giudica decisamente impressionante, anche se poi Mindy si muove come se non fosse roba sua. Questo non fa che confermare in Lenore l’idea che le ragazze che conosce si possono nettamente dividere in ragazze che dentro di sé si credono carine e ragazze che dentro di sé non si credono carine.
(La scopa del sistema, D. F. Wallace, Einaudi, 2014)
Il narratore sembra poi tornare esplicitamente vicino a Lenore. La frase introduce chiaramente una percezione mentale del personaggio e il narratore riporta una convinzione di Lenore. Ma subito dopo il testo scivola progressivamente verso qualcosa di più ambiguo:
Le ragazze che si credono carine non fanno caso se gli si apre l’accappatoio, e sanno truccarsi, e amano sentirsi guardate quando camminano, e se in giro ci sono dei maschi adottano un atteggiamento tutto particolare; invece le ragazze come Lenore, che non si sentono particolarmente carine, tendono a non truccarsi, e fanno atletica, e calzano Converse nere, e l’accappatoio se lo tengono sempre bello annodato.
(La scopa del sistema, D. F. Wallace, Einaudi, 2014)
Formalmente non siamo più dentro una subordinata dichiarativa strettamente controllata dal narratore. La frase assume il ritmo di una classificazione mentale spontanea, quasi adolescenziale. La sintassi accumulativa (“e… e… e…”) riproduce il modo in cui Lenore organizza intuitivamente il mondo femminile. Wallace lascia che il pensiero del personaggio contamini completamente la struttura della frase.
E il punto culminante arriva con:
Comunque Mindy è proprio carina, a parte i piedi.
(La scopa del sistema, D. F. Wallace, Einaudi, 2014)
Un indiretto libero purissimo. Non esiste più alcun marcatore esplicito (“pensa Lenore”, “secondo Lenore”), e tuttavia la frase è chiaramente percepibile come appartenente alla coscienza di Lenore. Non potrebbe essere il narratore “oggettivo” a formulare quel giudizio in quel modo. Quel comunque è una particella discorsiva mentale, una specie di autocorrezione interiore, il segno di un pensiero che si sta riorganizzando mentre si produce. La frase sembra nascere direttamente nella mente del personaggio, senza però coincidere mai del tutto con un monologo interiore puro.
È precisamente dentro questa zona instabile che Wallace costruisce gran parte della propria narrativa. Uno spazio in cui la distanza tra narratore e personaggio non scompare mai completamente, ma smette di essere fissa, continua, garantita. La voce narrativa entra nella coscienza, ne assorbe il lessico, le deformazioni percettive, le classificazioni spontanee, per poi improvvisamente arretrare, contestualizzare, ordinare, quasi come se il testo stesso oscillasse continuamente tra immersione e osservazione esterna, tra immediatezza mentale e costruzione artificiale.
La coscienza non è più rappresentabile come flusso unitario, stabile e coerente, ma soltanto come spazio attraversato da linguaggi multipli, registri in conflitto, giudizi intermittenti, residui mediatici, autocoscienza e instabilità percettiva. La prosa wallaciana nasce precisamente da questa crisi della trasparenza, dal momento in cui il linguaggio smette di essere un vetro limpido attraverso cui guardare il mondo e diventa, esso stesso, il luogo problematico in cui il mondo viene continuamente costruito, deformato e percepito.
Radice è la rubrica che analizza e approfondisce l’incipit di un romanzo per capire la forma e la struttura del frammento originario di un testo letterario e come si relaziona con tutto il resto del libro.




