L'opera che non c'è
Lineamenti 007.1: Walter Benjamin
Forma senza autore
I passages di Parigi, edito Einaudi, è un’opera che non c’è – come rileva Marina Montanelli nel suo Il palinsesto della modernità e che, allo stesso tempo, consta di mille e più pagine.
Il Passagenwerk non va considerato (leggasi: Non lo considereremo) come opera bensì come dispositivo concettuale. L’analisi sarà meta-teorica e tripartita: discorso formale; discorso filosofico; discorso epistemologico. Più questa introduzione.
Tredici anni di lavoro: dal ’27 al ’40.
Cos’è il Passagenwerk? Un insieme di citazioni non virgolettate in base, come dice Benjamin stesso, alla teoria del montaggio, quindi un’opera monstrum che si compone di ritagli, di quark, diremmo in gergo fisico, che si illuminano vicendevolmente costruendo “immagini dialettiche”.
Opera sull’interiore e l’esteriore, come detto in Costellazioni – Le parole di Walter Benjamin, Einaudi, Torino, 2018, a cura di Andrea Pinotti.
[…] nel passage, intérieur (spazio privato, chiuso, casa, salotto) ed extérieur (spazio pubblico, ampio, strada, piazza) convivono ambiguamente, ma anche questo nodo va tagliato in senso innovativo, cioè rivoluzionario. […] struttura abitativa aperta, multipla, collettiva, comunitaria, nemica del feticistico attaccamento del borghese all’intérieur privato come guscio e astuccio del proprio individualismo proprietario. […] una sintonia che, a ben vedere, è già contenuta in nuce nell’eterotopia del passage.
Costellazioni, Le parole di Walter Benjamin, Einaudi, Torino, 2018, a cura di Andrea Pinotti.
Perché – ricordiamo – il passage esiste nel campo dell’architettura industriale. Corridoi di vetro, sono, che attraversano quartieri “arricchendoli” di mille negozi. Riteniamo impossibile, dunque – perché genererebbe un paradosso – parlare del Passagenwerk dall’interno.
Non esiste un narratore, un cicerone che guidi tra le citazioni che Benjamin – in biblioteca – rubava e ricopiava. Non esiste voce unificante.
Il Passagenwerk è un archivio di dati che Benjamin morì prima di poter assemblare, ordinare. Si tratta, è giusto dirlo, di un testo incompiuto. Vero, l’incompiutezza del Passagenwerk è elemento costitutivo, quasi programma è l’incompiutezza in questo gigantesco archivio. Ma anche un’opera incompiuta perché si ha ragione di credere che, fosse Benjamin sopravvissuto, la sua forma non sarebbe stata quella di cui oggi disponiamo.
Il Passagenwerk è un metodo di lavoro. Rappresenta, extradiegeticamente, un modo di operare, una rivoluzione nel campo degli studi, delle opere di ingegno, financo delle opere narrative. Senza l’intuizione di Benjamin, non avremmo tanti dei romanzi che oggi (e sono pochi) vendono.
C’è l’esempio di N. Sinno, vincitrice dello Strega Europeo con Triste Tigre. Maggie Nelson (Bluets, Gli argonauti, Pathemata).
Due autrici, Nelson e Sinno, che fanno della citazione elemento narrativo non metatestuale ma intertestuale, perché contestualizzato, perché assorbito dal resto, perché reindirizzato, perché immesso nel flusso narrativo.
Il Passagenwerk è un dispositivo concettuale.
Una domanda posta al ricettore, invero.
La fantasmagoria del capitale
La domanda è: Posso raccontare una storia solo mostrandola? E qui l’autore non esiste più. Vi è un’autoestromissione dal discorso dell’opera. Leggere i Passages è entrare in una mente pensante, quella dell’autore (se esiste ancora, data un’operazione siffatta) che produce un’opera che è già prodotta. Il libro, questa è la tesi rivoluzionaria di Benjamin, è già scritto; quel che resta all’autore è ordinare le tracce che lo compongono seguendo lo scopo narrativo che si è prefissato.
Tutto è già a disposizione dell’autore, perché tutto è traccia, la traccia va ordinata – questo il gesto creativo (post)moderno.
A livello filosofico, possiamo dire che il Passagenwerk è allegoria della storia del capitalismo. L’allegoria, per Benjamin, parla d’altro per definizione. L’oggetto insensato ha senso grazie all’allegoria. Significare altro, ecco. Ma è anche fantasmagoria: scherzo ottico che cela altro – similmente all’allegoria. Questo altro è la storia del capitalismo industriale. La sgargiante Parigi diventa per Benjamin fantasmagoria che sottende la storia del Capitale. In Costellazioni, a cura di Andrea Pinotti, è scritto:
Infine, se rivolgiamo uno sguardo d’insieme al libro sui passages – che inizialmente recava il sottotitolo Una fantasmagoria dialettica –, esso ci appare come una sorta di grandiosa decomposizione di quella immensa fantasmagoria che fu il secolo XIX. Grazie al metodo della citazione l’incanto esercitato dallo spettacolo della merce viene spezzato e gli innumerevoli elementi che componevano la fantasmagoria giacciono davanti a noi come un mucchio di materiali mitologici di cui fare finalmente uso.
A livello epistemologico, occorre sezionare.
Concetto di costellazione
Le idee si rapportano alle cose come le costellazioni si rapportano alle stelle. Konstellation: struttura per cui concetti del passato superano la cronologia e si connettono fra loro. La sfera del senso supera la causalità, non c’è configurazione temporale ma semantica.
Immagine dialettica
Dialettica dell’immobile.
Filosofia materialista della Storia
Considerando l’estetica, rifiuto dell’identità tra verità e totalità e sottolineando l’importanza di figure come quella del Collezionista con “l’attenzione per oggetti apparentemente obsoleti [che] interrompono la continuità del processo storico, lo inceppano sabotandone la pretesa di progresso”.
Qui l’introduzione di Il palinsesto della modernità, Marina Montanelli, Mimesis, Milano, 2022.
Il palinsesto affiora allora in quanto paradigma concettuale di fondamentale importanza che, come un filo rosso dall’ampio spettro semantico, si dipana attraverso l’intero libro: dal tema, si è detto, del rapporto col materiale dell’opus benjaminiano, a quello dell’intelligenza dello spazio urbano nella sua stratificazione storica, dalla comprensione della strutturazione psichica individuale a quella della coscienza e dell’inconscio della società occidentale agli albori del capitalismo industriale, dall’intendimento della storia al problema della sua scrittura; soprattutto, esso sarà il paradigma-lente tramite cui si interrogherà il peculiare metodo di Benjamin, la relazione tra filologia, teologia e filosofia che intimamente lo anima.
Il palinsesto della modernità: Walter Benjamin e i Passages di Parigi, Marina Montanelli, Mimesis, 2022.
Come pure:
Si entra nel vivo del labirinto della modernità varcando la porta del passage, che altro non è che una sua riproduzione in miniatura in quanto “tempio del capitale mercificato”. È all’interno di questa monade che Benjamin intende rintracciare il goethiano fenomeno originario (Urphänomen) matrice prima delle fantasmagorie dell’epoca (i rivoli e le evoluzioni delle quali giungono sino al presente). Si palesa qui la grande novità del progetto di Benjamin: nell’idea di indagare i rapporti capitalistici di produzione e riproduzione della società del XIX secolo muovendo dal piano della cosiddetta sovrastruttura, dall’analisi delle tendenze di sviluppo dell’arte, del pensiero, delle mode, della cultura, dei movimenti sociali, della politica. Il nesso espressivo tra struttura e sovrastruttura portato alla luce dallo studio dei passages, lontano dal determinismo del marxismo volgare, mostrerà una preveggente affinità con la surdeterminazione di Louis Althusser (prima ancora, con la dinamica di interazioni reciproche della Wechselwirkung di Georg Simmel). L’Urphänomen custodito dai dedali sensuali e insieme perturbanti del passage è il feticismo delle merci, che le destina ad andare presto fuori corso. Sono queste merci, esposte come “flora immemorabile” nel paesaggio preistorico delle vetrine delle gallerie altrettanto troppo presto invecchiate, a rivelare l’incapacità del capitalismo industriale di stare al passo con lo sviluppo, da sé innescato, delle forze produttive. Da cui l’impiego di queste in senso inverso alle loro possibilità di liberazione (la guerra e la sua estetizzazione ne sono l’esempio più forte).
Il palinsesto della modernità: Walter Benjamin e i Passages di Parigi, Marina Montanelli, Mimesis, 2022.
E infine:
Ursprung ist das Ziel, sono le parole di Karl Kraus poste da Benjamin in epigrafe a una delle tesi sul concetto di storia. “L’origine è la meta”, ma se tra le due vige un rapporto di somiglianza, seguendo il dettato origeniano – “la fine è sempre simile all’inizio” –, a riconferma della affinità immateriale all’opera nell’immagine dialettica, allora il ritorno all’inizio non sarà la restaurazione di ciò che era, ma il rinnovamento, l’apertura alla variazione dello stesso principio. Si è detto, però, senza escatologia né circolari palingenesi, senza, cioè, nuove mitologie del tempo. Il movimento dell’apocatastasi profana è quello assolutamente discontinuo delle intermittenze. Frammenti di totalità che si offrono alla potenziale riparazione, ma che, come d’improvviso si illuminano, altrettanto possono spegnersi e per sempre scomparire, se il presente non si riconosce in essi. In gioco non è la fine della storia, piuttosto il suo inizio: fine della preistoria, del mito, del progresso come della catastrofe, riapertura del campo di possibilità della trasformazione.
Il palinsesto della modernità: Walter Benjamin e i Passages di Parigi, Marina Montanelli, Mimesis, 2022.
Se si volesse introdurre il Passagenwerk seguendo lo spirito guida di Benjamin, si potrebbe invitare il lettore dei due tomi Einaudi a leggere a caso: l’immagine su cui capiterà l’occhio instaurerà un rapporto (costellazione) con ciò che la precede e con ciò che la segue, e sarà una rete significante, e sarà del significato la ricerca.
La rubrica Lineamenti disegna dei contorni, dei tratti distintivi e caratteristici di scrittori e scrittrici. Storie nascoste, elaborati critici, tentativi di analisi e approfondimento che provano a tratteggiare una parte di percorso, un atteggiamento di una fisionomia, una ruga di un volto.





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