Tra scatole e specchi
Lineamenti 008.1: Ben Lerner
Tra il virtuale e il reale
Ben Lerner è un costruttore di opere inesistenti, romanzi virtuali che ancora non sono per essere ancora tutto. Scrive libri che esistono un istante prima della propria forma definitiva; la poesia è fallimento, il romanzo è fallimento, quello che un poeta o un romanziere immagina (l’opera virtuale) non sarà mai aderente alla poesia e al romanzo reale (l’opera attuale) che sono inevitabilmente ingabbiati dal linguaggio, e allora soprattutto Leaving the Atocha Station (Un uomo di passaggio) e 10:04 (Nel mondo a venire) si muovono sulla soglia della possibilità, organismi vivi perché non riescono mai a collassare completamente dentro una struttura stabile. Scrivere significa perdere qualcosa, ogni libro realizzato è anche il cimitero di tutti i libri che sarebbe potuto essere, e così Lerner prova a fermarsi un attimo prima, a non cristallizzare e restare in uno stato di sovrapposizione dove niente esiste e tutto è ancora possibile.
E qui si innesca il gioco di specchi, l’inscatolamento formale: Ben Lerner costruisce in Leaving the Atocha Station un personaggio finzionale, Adam Gordon, che però è palesemente una sua proiezione autobiografica (stesso luogo di nascita, percorso di studi, esperienza in Spagna) e scrive un resoconto per descrivere il fallimento di non aver scritto un poema sulla guerra civile spagnola (Leaving the Atocha Station è un’opera deliberatamente incompiuta, una registrazione frammentaria di pensieri, spostamenti, conversazioni, letture, stati di coscienza). Ma in 10:04 tutto sembra ridefinirsi: il narratore si chiama Ben ed è totalmente sovrapponibile all’autore reale Ben Lerner (entrambi sono poeti e scrittori di Brooklyn, autori di un racconto pubblicato sul New Yorker intitolato The Golden Vanity), parla del suo primo romanzo come di un libro già pubblicato e riconoscibile come Leaving the Atocha Station, un libro che però, dentro il sistema della fiction, avrebbe teoricamente scritto Adam Gordon. Lerner costruisce così una narrativa in cui autore, personaggio e alter ego non coincidono mai del tutto ma continuano a riflettersi l’uno nell’altro come versioni simultanee della stessa identità narrativa. Inscatolare per costruire distanza e restare lontani dal centro di realizzazione, abitare in una stanza a cinque pareti e piena di specchi per non distinguere più il corpo dal riflesso.
Leaving the Atocha Station e 10:04 sono opere virtuali che sfuggono a ogni possibilità di fissazione formale e teorica, virtuali perché restano possibilità, aperture, senza una trama e una voce e una forma definitiva, esistono ancora in tutte le configurazioni che potrebbero assumere. Adam Gordon non riesce a scrivere ciò che doveva scrivere e nel raccontare il fallimento scrive Leaving the Atocha Station, oggetto indefinito e non costruito, ma magma espanso sempre più lateralmente. Ben è un poeta e romanziere che non sa come ampliare un racconto che ha avuto molto successo per trasformarlo in un romanzo e in questo stato di riflessione letteraria nel cercare di capire come scriverlo finisce per scrivere 10:04, che quindi non racconta la realizzazione di un romanzo, ma il continuo differimento della sua possibilità.
Qualcosa nella disposizione dei versi, non le parole in sé o il loro significato, indicava lo spettro di una presenza dietro lo spagnolo, e quella presenza era la mia, o forse era la mia assenza; era come entrare in una stanza in cui ero sicuro di non essere mai stato, e trovare nei mobili o nelle cicche di spinelli nel posacenere o nella tazza di caffè sul davanzale vicino alla doccia gli indizi che ne ero appena uscito. Non che avessi mai posseduto proprio quel divano o quella tazza, ma il modo particolare in cui erano disposti, il modo in cui erano stati vissuti, esigevano, o suggerivano, la mia presenza; non che soffrissi di amnesia o déjà vu, ma ero sia in quella stanza che fuori di essa, forse al parco, e non solo al parco, ma in innumerevoli altre possibili stanze e parchi allo stesso tempo. Ogni oggetto contingente, divano o tazza, “arancia” o “naranja”, poteva formare la costellazione del mio io, poteva formarla senza di me, ma non è del tutto esatto; era come vedere me stesso che guardava all’ingiú me stesso che guardava all’insú.
[...]
In lontananza passavano gli aerei diretti a Barajas, le luci che lampeggiavano lente sull’ala e la scia con sfumature rosate fino a quando calava il buio. Mi immaginavo che i passeggeri mi vedessero, immaginavo di essere un passeggero che potesse vedermi guardare all’insú un me stesso che guardava giú.
(Un uomo di passaggio, B. Lerner, Neri Pozza)
Scrittura quantistica
Ben Lerner gioca sempre con l’impedire al significato di fissarsi definitivamente. Adam Gordon e Ben (e di conseguenza lo stesso Ben Lerner) esistono soltanto come costellazioni instabili di identità possibili: il poeta non impegnato politicamente, il giovane americano all’estero, il flâneur malinconico, l’artista sensibile, l’impostore ironico, il soggetto malato, lo scrittore famoso, il donatore di seme per la migliore amica. Nessuna di queste versioni coincide davvero con loro, ma nessuna è nemmeno falsa. La loro personalità si costruisce precisamente dentro questa oscillazione continua. Non esiste un nucleo autentico nascosto sotto le maschere, esiste soltanto il movimento tra le maschere. Non abitano mai una sola temporalità, una sola identità, una sola interpretazione della propria esperienza. I personaggi di Ben lerner vivono continuamente il presente come già memoria o già rappresentazione futura.
Ciò che intendo è che le varie parti del mio corpo stavano arrivando a possedere una terribile autonomia neurologica non solo in senso spaziale ma anche temporale: il futuro mi crollava addosso man mano che ogni contrazione espandeva, anche solo di un grado infinitesimale, le tubature troppo flessibili del mio cuore. Ero più vecchio e più giovane di tutte le persone presenti nella stanza, me stesso compreso.
(Nel mondo a venire, B. Lerner, Sellerio)
Scrittura quantistica, personaggi quantistici. Una particella non possiede una posizione stabile e definita finché non viene osservata. Prima dell’osservazione esiste come sovrapposizione di stati possibili. L’elettrone non è semplicemente qui o lì, è contemporaneamente entrambe le possibilità, finché uno sguardo non lo costringe a collassare in una configurazione precisa. Chi racconta nei romanzi di Lerner, come gli elettroni, vive tra gli specchi, dentro una continua sovrapposizione di stati possibili, non completa davvero ciò che aveva promesso di scrivere, non supera le proprie ansie, non raggiunge una forma stabile di sé stessi. Tutto rimane identico, eppure tutto appare leggermente diverso.
Pearl River, a nord di New York, per essere divisi nelle singole confezioni e poi ritrasportati fino al negozio dove in quel momento stavo leggendo l’etichetta. Fu come se le relazioni sociali che avevano prodotto l’oggetto che tenevo in mano cominciassero a risplendere dal suo interno quasi fossero in pericolo, come se ribollissero dentro la confezione, donandole una certa aura: la grandiosità e la stupidità omicida di quell’organizzazione di tempo, spazio, carburante e forza lavoro diventavano visibili nel prodotto stesso, ora che gli aerei erano fermi sulle piste e le autostrade iniziavano a chiudere. Tutto sarà com’è ora, solo un po’ diverso: nulla era cambiato in me o nel negozio, tranne forse la mia aorta, ma man mano che l’occhio lo guardava da più vicino, quello che di norma sembrava l’unico mondo possibile diventava un mondo fra tanti, e il suo significato instabile, collocabile ovunque, anche se solo per un attimo: nella comunità passeggera su un vagone della metro, in una confezione di caffè senza sapore.
(Nel mondo a venire, B. Lerner, Sellerio)
Qui la prospettiva letteraria di Ben Lerner trova la sua forma più profonda: trasformare il fallimento (è impossibile scrivere una poesia o un romanzo per come immaginato) in struttura estetica. Il libro che leggiamo diventa simultaneamente il resoconto di un’impossibilità e la dimostrazione che quell’impossibilità era necessaria. Lerner non usa l’instabilità per negare la possibilità di verità, ma per cercare una forma di sincerità compatibile con una coscienza contemporanea ormai frantumata, mediata e simultanea.
Per questo i personaggi di Lerner non riescono mai a sentirsi pienamente presenti nella realtà immediata. Ogni esperienza viene automaticamente trasformata in rappresentazione, commento, interpretazione o possibilità linguistica. Le loro coscienze funzionano come specchi che riflettono continuamente sé stessi. Adam e Ben sono contemporaneamente soggetti e spettatori della propria vita. Non vivono semplicemente un’esperienza: esperiscono loro stessi mentre la stanno vivendo. L’opera autentica emerge proprio dal mancato compimento dell’opera ideale. Come se la letteratura oggi non potesse più pretendere di rappresentare stabilmente il reale, ma soltanto abitare la soglia mobile tra ciò che esiste e ciò che avrebbe potuto esistere. Uno spazio di temporalità sovrapposte, futuri simultanei e forme incompiute. È lì, al margine estremo della finzione letteraria, che i romanzi di Ben Lerner continuano a vibrare.
In seguito avremmo scoperto che era la Goldman Sachs, avremmo visto foto in cui uno dei pochi palazzi illuminati dello skyline era quello della banca d’investimento, immagine che avrei usato per la copertina del mio libro – non quello sulla fraudolenza che mi ero impegnato a scrivere, ma quello che ho scritto al suo posto per voi, a voi, al margine estremo della finzione letteraria.
(Nel mondo a venire, B. Lerner, Sellerio)
La rubrica Lineamenti disegna dei contorni, dei tratti distintivi e caratteristici di scrittori e scrittrici. Storie nascoste, elaborati critici, tentativi di analisi e approfondimento che provano a tratteggiare una parte di percorso, un atteggiamento di una fisionomia, una ruga di un volto.






<3